venerdì 23 maggio 2008

parrucca?


Nella vita bisogna cambiare ogni tanto qualcosa, quindi siccome non prevedo di vincere la lotteria o di guadagnarmi la prima pagina del NYTimes per via di meriti o demeriti di qualche rilevanza, mi son procurata un brivido di novità da me: mi son fatta la frangetta.
Ammetto che tagliarsi la frangia in un giorno di pioggia è un’idea sinistra, quando il tuo cuoio capelluto con l’umidità concepisce piani rivoluzionari. Ma all’errore ho aggiunto la stupidità: non si va farsi tagliare i capelli con gli occhiali, perchè vista e parola sono strettamente correlati, e se non vedi non puoi verbalmente molestare il parrucchiere nell’esercizio delle sue funzioni dirigendo TU forbici e spazzola.
Fare il parrucchiere dev’essere uno stress micidiale, perchè la clente media non si fa tagliare i capelli, lei istruisce il parrucchiere su come vuole assomigliare alla modella della foto, solo con la sfumatura più alta, la riga dall’altra parte, senza la frangia e coi capelli di un altro colore. E “senza i ricci, perchè non mi so mettere i bigodini”. E poi “no il gel no, la lacca no, non stare troppo vicino che mi bruci le punte”. Non so gli altri, ma io sono una rompipalle epica.
Quindi anche a ‘sto giro ho fatto vedere a Mario, il parrucchiere napoletano ma con anni di esperienza a Miami, la foto di una modella strafiga e mi sono lanciata nella descrizione di tutti i macro aggiustamenti da fare: scalati dove lei li ha uguali, mossi lì in fondo dove lei li ha dritti, la scriminatura non così bassa, lasciamo stare le meches.
Devo ammettere che avevo grande nostalgia del parrucchiere in italiano, non che i miei fidi parrucchieri cinesi non fossero all’altezza, non sono affatto male, se non contiamo il fatto che conoscono un paio di varianti di un solo taglio, e tutte le donne che escono di lì sembrano Jennifer Aniston nelle prime puntate di Friends. Però mi mancava la dimensione della chiacchiera, io col parrucchiere ho sempre fatto grandi conversazioni, ho analizzato la situazione geopolitica del medio-oriente, ho discusso di biotecnologie, oppure ho ascoltato le sciampiste lamentarsi dei fidanzati o dei padri-padroni e ho offerto loro consigli femministi, peraltro assolutamente non richiesti. O magari facevo un po’ di pettegolezzo. Tutte ste cose qui coi cinesi manco te le sogni, i cinesi son gran lavoratori, dove s’è mai visto che si distraggano?
quindi la sessione dal parrucchiere era ridotta ai minimi termini di un mero scambio servizio contro denaro, mi sentivo come Governor Spitzer, solo che pagavo in contanti e lasciavo una mancia più bassa.
L’altro giorno tra che ero tanto contenta della recuperata socialità e tra che mi son dovuta togliere gli occhiali rinunciando a qualunque controllo, il risultato è che Mario ci ha dato dentro e io ora sembro me stessa a 4 anni, in una foto di classe all’asilo, quando mia mamma per non so che ragione mi aveva spuntato la frangia con un’accetta. Hai presente la frangetta alla Amelie? Stessa cosa, ma DOPO CHE LA FRANGETTA LE HA PRESO FUOCO.
Non è che stia male, è solo che assomiglio ad un misto fra un frate ed un cottolengo.

venerdì 16 maggio 2008

Bere, dolce morire

Sono diventata vecchia. Vecchia dentro. Vecchia nelle viscere. Non reggo più l’alcool. Non so bene com’è successo, cos’è andato storto, quand’è che il mio organismo ha visto la data di nascita sulla carta d’identità e ha fatto due più due.
Il mio track record personale anovera anni di aperitivi di lavoro a base di cachacha, consumati sempre solo in multipli di 3 e cene in cui la ratio bottiglie di vino-invitati era assai sbilanciata verso le bottiglie, eppure rimanevo in grado di funzionare il giorno seguente.
E’ venuto a trovarmi il caro amico Claudio, e per giorni in anticipo le nostre comunicazioni vertevano principalmente su dove andare a bere il primo french martini, dove il secondo, dove il terzo. Molto New York.
Da qualche mese ero conscia del fatto che la mia tolleranza all’alcol negli ultimi anni tende ad una irrefrenabile implosione, da quando sono uscita una sera con mio cugino e la sua amica bargirl Valentina e mi son sentita come lo sfigatone grasso che corre durante l’ora di ginnastica e tutti lo doppiano e fanno “buuuuu”. Io stavo ancora a metà del mio bicchere conico rovesciato e loro ordinavano il terzo, il quarto margarita…’na traggggedia. Dopo questo exploit mi dovevo immaginare che le cose si stavano mettendo male, ma immaginavo ci fosse dello spazio di manovra, credevo che ci sarebbe stato un lungo periodo di negoziazione fra voglio e posso, un processo di degradazione lento, inesorabile, ma lento. Invece è stato un ammutinamento! Un minuto ero lì a comandare la mia nave, e il minuto dopo ero sulla tavola di legno fuoribordo e le mie cellule nervose stavano allegramente segando la tavola, con sotto i pescecani che strofinavano le pinne.

In inglese sbronza si dice hangover e a me suggerisce l’idea di qualcosa che ti si aggrappa addosso da sopra, come tirare un Bronzo di Riace su un carretto legato alla tua fronte, hai presente? Lessi in un libro che una delle tante parole spagnole per sbronza è “risacca” e anche quello mi piace perchè allude ad un trascinamento a cui non si può opporre resistenza. E’esattamente come mi sento il giorno dopo che bevo più di una birretta. Mi sento in balia di qualcosa che mi si aggrappa in qualche posto indefinito, un’onda sismica di magnitudo Big One che mi smandrappa lo spazio fra un’orecchia e l’altra. Come se avessi fatto da sparing partner ad un lottatore di Sumo.

Almeno però non mi ammaino a terra, vittima dei miei tacchi a spillo, come spesso accade alle squinzie il venerdì e sabato sera. Il mio corpo resiste fino a casa, prima di accasciarsi in attesa che passi la burrasca.
Questo mi ricorda uno dei principi giuda della bargirl Valentina, che evidentemente la sa lunga: quanlunque cosa accada, dignità prima di tutto, anche nella disgrazia.

lunedì 12 maggio 2008

Doccia di Sposa








Sono stata al mio primo bridal shower, cioè una festa che si fa per una futura sposa. Tutta una roba di femmine che mangiano, fanno giochi e parlano di: a)come anche loro non vedono l'ora di attraversare la navata centrale di St. Patrick col velo, se ancora non l'hanno fatto; b)com'è stato bello il giorno che hanno attraversato la navata centrale di St. Patrick col velo, quanti invitati c'erano, qual'era la "loro canzone", quanto era alta la torta e quanto è costato il ricevimento.

Il bridal shower, dato che è un’invenzione americana, è uno show, con registi, animatori, attori principali e comparse. Prima di tutto vengono invitate tutte le donne della vita della sposa, anche se solo un’esigua parte alla fine si presenta. E’ d’obbligo recare un regalo per la futura sposa (si viene appositamente istruiti dalla regista della festa sul tema su cui si è richieste di articolare) ma non cibo. Il cibo è un elemento assolutamente trascurabile della festa, ce n’è assai, ma la fantasia è sveramente imbrigliata dalla limitatissima dimestichezza coi fornelli della maggior parte delle newyorkesi, sicchè devo produrmi in gridolini di ammirazione perchè qualcuna ha infornato delle torte salate prefatte o aperto una confezione di insalata e ci ha versato sopra un tubetto di pittura ad olio color senape. Ma colei che ha in carico li beveraggio alcolico ha superato se stessa con un pregevole cocktail a base di champagne, che io consumo a barili.

Quello per cui siamo tutte convenute è la kermesse dell’apertura dei regali, ma ci separa da quella pietra miliare ancora un capitolo importante: il GIOCO. Mi sono informata e pare che a seconda della fantasia del comitato d’intrattenimento, il GIOCO possa essere anche un processo lungo e doloroso durante il quale le invitate sono costrette a prodursi in canti e/o balli, o a indovinare il titolo del film preferito della futura sposa mimato dal barboncino nano della padrona di casa. I venti della fortuna gonfiano le mie vele, però, e il mio GIOCO non prevede che io mi metta in ridicolo, ma solo che disegni il ritratto del futuro primogenito degli sposi. Per questo compito vengo appaiata ad una tipa alla quale confido immediatamente che l’emisfero del mio cervello che presiede il disegno è stato danneggiato anni addietro da un episodio traumatico all’asilo, la tipa sorride e aggiunge che anche il suo rapporto con pennarelli e pastelli è tormentato quindi optiamo per l’ approccio simbolista “Picasso incontra Lombroso”: a turno, schizziamo un particolare fisiognomico del pargolo, per una cinquina di minuti. Il nostro disegno è il più bello di tutti, ma la sposa rimane interdetta.

Senza ulteriori indugi si passa alla cerimonia di apertura dei regali, 20 in tutto, tutti impacchettati uguali, come scatole di cioccolatini grandi un metro quadro, con enormi fiocconi rosa. Tranne il mio che è il prodotto della mia deriva artistoide ed è minuscolo e al posto della gala c’è un grappolo di tappi di sughero. Il tema era “biancheria intima” e così ci sfilano davanti agli occhi (e fra le mani, perchè OGNI regalo viene fatto circolare e bisogna fare “oooohhhhhhhh”)19 camicie da notte di seta (quasi tutte nere). Il funerale della fantasia, di cui le mie braghette lilla suonano come il canto del cigno.

mercoledì 7 maggio 2008

del disordine

Alcuni Newyorkesi (moltissimi per essere onesti) sono casinisti e tendenzialmente sporchi. Lasciano i calzini sporchi in giro, i cartoni di pizza si accumulano davanti alla TV, le lattine di birra semivuote (perchè una volta che la birra non è più ghiacciata non è che la rimettono in frigo) restano disseminate per la stanza per mesi, di solito finchè i genitori non vengono in visita. E poi libri o riviste stanno impilati sul divano (perfetta la battuta del film “The Savages” dove la sorella entra in casa del fratello, lui le indica il divano coperto di giornali, libri, vestiti, avanzi di cibo vari e le dice: –il divano è molto comodo- e lei-risponde: -bene! Dov’é?). Io non ho mai visto un disordine come quello americano, un disordine senza appello, figlio della sciatteria e della trasandatezza.

L’altro giorno il destino mi ha incastrata 10 minuti a casa di uno che mi sta antipatico, ma la motivazione era cibare una coppia di fratelli felini, il cui maschio è stato recentemente dentro e fuori dall’ospedale felino, per via di una malattia felina che forse finirà la sua vita felina più presto del previsto.
Io sono da sempre considerata una poco aperta a visioni del mondo differenti dalla propria, e di certo il fatto che il tizio ed io non siamo migliori amici non mi metteva nella miglior disposizione d’animo, ma santo cielo! quello che ho visto supera i limiti del disordine e si protende, senza rete, verso il barbonismo.
Io faccio le pulizie ad intervalli irregolari e anche piuttosto lunghi, ma questo appartamento mi ha sconvolta e schifata nella stessa misura. Non tanto per l’effettiva sporcizia (che, dato che le persiane erano tutte giù, non ho forse potuto cogliere con l’occhio in tutta la sua copiosità) ma per il disordine assoluto, privo di ogni ragione che ne salvasse la dignità.
Quando hai 15 anni il disordine della tua stanza è la risposta ribelle al mondo degli adulti, l’archetipo mammesco “metti a posto la tua stanza” è una punizione, non un invito ad adottare uno stile di vita più comodo. Ma quando ne hai 37, le ragioni per il disordine sono solo due: o hai subito una lobotomia e ti hanno lasciato con il cervello di quando avevi 15 anni, oppure sei (e qui non c’entra il mio personale giudizio sull’individuo in questione) un potenziale serial killer, e non ti da fastidio inciampare nei tuoi jeans luridi in corridoio o svegliarti con in bocca le tue scarpe da ginnsatca infangate perchè la tua preoccupazione più grande è come farai a far entrare ANCHE il cadavere della vicina di casa nel freezer.
La casa che ho visto l’altro giorno presentava una spaventosa somiglianza con la casa dell’assassino del Silenzio degli Innocenti, a parte le larve. Per controllare che entrambi i gatti fossero ancora vivi mi sono spinta fino alla stanza da letto, e mi son trovata davanti una specie di scena del delitto, una di quelle che ci sono nei miei libri polizieschi preferiti, dove la vittima prima di venir strangolata si è difesa fino allo stremo delle forze, e nella colluttazione coll’ assassino pervertito gli armadi sono stai rovesciati, le librerie scaraventate a terra, la scrivania è stata usata come rifugio prima che il colpo finale fosse inferto. Sul tavolino c’erano almeno 5 paia di braghe buttate, delle monete, dei ritagli di carta, numerosi giornali spiegazzati, per terra cumuli di magliette, asciugamani, racchette da tennis e una moltitudine di zaini (a giudicare dai legacci in cui sono più volte inciampata), delle lenzuola, moltissime paia di scarpe erano sparpagliate come dopo un’esplosione. Vicino al letto alcune scatole di libri, come dopo un trasloco (il tizio abita lì da 12 anni), erano così rovinate da suggerire di essere state lì 12 anni, dragate da milioni di mani, come ad una vendita al mercato delle pulci.
A me queste scene fanno tristezza, molto di più del barbone vicino al mio studio che ha un carrello da cui sporgono cubi di chissàche coperti da sacchi neri. Io mi domando ma come ci si fa ad addormentare la sera, così circondati da bruttura? E peggio ancora, come fai ad avere la forza di alzarti dal letto la mattina, se per lavarti i denti devi nuotare attraverso i tuoi stessi scarti?
Una volta qulcuno mi disse di aver vissuto per un po’ in una casa in cui il proprietario aveva degli elastici attorno ad una maniglia, raccolti in anni, al punto che la maniglia non si poteva più girare e la gomma degli elastici, che si era sciolta per il caldo per 30 estati e rassodata in altrettanti inverni, cominciava a creparsi cosicchè la mia amica decise di eliminare l’accrocco di elestici e restituire alla maniglia la sua originale motilità. Il proprietario della casa non apprezzò assolutamente il gesto e pretese che gli elsatici venisseri ripristinati. Non nuovi elastici, quelli originali.

mercoledì 23 gennaio 2008

Ricalcolo

Albergavo grandi attese quando son partita per Miami. A parte il caldo, mi seducevano due pensieri: uno era di mettere la testa fuori dal finestrino e vedere il tramonto riflesso sui cerchioni dell'auto, come in tutte le sacrosante puntate di Miami Vice, e l'altro era di incontrare Don Johnson in persona. Beh...di Don Johnson e delle sue camicie rosa manco l'ombra, ed ero così delusa che mi son dimenticata di sporgere la testa dal finestrino all'ora in cui il sole va a svegliare i canguri.
La mia vicenda di vita è stata in ogni caso arricchita dall'esperienza della signorina Linda, ovvero la lillipuziana creatura che vive dentro il navigatore satellitare. Quando alle 3 del mattino siamo arrivati al car rental noi eravamo morti e la signora in maglietta gialla ci ha messo tre secondi ad intortarci che senza navigatore satellitare saremmo stai perduti, e ci siamo ritrovati con un aggeggio che pesa 30 chili (e che devi portari sempre appresso perchè se te lo fregano fa $500!) per solo $10 al giorno. Dentro l'aggeggio vive una signorina che deve avere due palle così a forza di dire sempre le stesse cose, ed infatti si sente da come parla che non è contenta della sua vita. Linda è una piccata rompicoglioni di lusso, che crede di sapere tutto sul sistema stradale di tutto il mondo, mentre invece non sa un tubo. Non legge i giornali, non sa le deviazioni, non sa che l'ANAS di Miami sta riasfaltando dappertutto, e oltretutto non basta che le dici che vuoi andare più o meno lì, le devi dare la pappa pronta: numero e nome della via. Se so dove devo andare non ho bisogno di Linda, o no????
Sta palla al piede di Linda ti dice le cose in Italiano, ma i calcoli li fa in inglese: fra 500 piedi girare a sinistra. Ma quanto è 500 piedi?????
Poi ti dice di girare a destra ma quando arrivi lì c'è un blocco allora tu vai dritto e si ode il grido di guerra "Ricalcolo". Solo che Linda non ricalcola un fico secco e ti riporta di nuovo davanti al blocco. Ma i satelliti a cosa servono, se non vedono un bel niente? Chi li ha progettati, quello della legge di Murphy?
Ci sono computer che sanno giocare a scacchi e vincono, santo cielo, e la mia guida si incaponisce a portarmi davanti allo stesso cartello di "work in progress" ogni volta. Perfino Valeria Marini lo capirebbe che da lì non si passa!
C'è qualcosa in quel "Ricalcolo" che mi manda in bestia perchè fa sentire TE un fesso, mentre è il piccolo mostro che no sa cosa sta dicendo!!! Lei non si arrabbia mai veramente, ma c'è uno sbuffo nella sua voce metallica che al terzo "Ricalcolo" comincia a darti sui nervi: quella micro maestrina alta un soldino e prigioniera dello schermo ti sta giudicando. Senti bella mia, esci di lì e confrontati col mondo reale, va! Vieni fuori e butttati nella mischia, improvvisa una sterzata nell'ora di punta, sgomma di corsia in corsia. Live a little, come dicono qua.

mercoledì 9 gennaio 2008

Feline Vertigini

La mia gatta, povera sfigata, ha le vertigini. Sai quei gatti che si arrampicano sugli alberi e poi la vecchina deve chiamare i pompieri? Qui siamo anni luce, Dora non salta manco sul tavolo della cucina, qualunque punto di vista più in alto delle ginocchia (di un adulto!) le è sconosciuto.
Merlino e Giovanni, i cugini torinesi, si infilavano in ogni pertugio o scatola aperta, preferibilmente ad altezza himalayana, Doretta al massimo si avventura sul davanzale del soggiorno, dove praticamente ho una porta-finestra.
Ogni tanto le vorrei infliggere dei trattamenti da cucciolo di essere umano, che contemplerebbero il cullarla, ma appena la afferro sotto le ascelle e la sollevo di 20 cm lei emette dei gracchi (oltre ad essere sieropositiva e afflitta da vertiginite, sue le corde vocali sono grattugiate, come da da decenni di sigarette senza filtro) e si divincola come indemoniata.
E ha l'alito fetido, cosa che ha un effetto devastante quando ti sale sulla pancia alle 6 del mattino, per farti presente che il sole sta per sorgere e lei si vorrebbe godere lo spettacolo a pancia piena.
E poi le manca un canino, poveretta. Non so dove l'abbia perso, ma probabilmente il suo passato è burrascoso; lo deduco dal fatto che il rumore prodotto da un foglio di carta che viene accartocciato la fa sobbalzare e nascondere sotto il lavandino.
Però mi vuole così bene che si siede in grembo anche quando faccio pipì. E ama anche molto gli ospiti, ora che ha capito che ce n'è uno al mese. La prima volta si è fatta venire la crisi isterica con conseguente febbre nervosa, ma ora è molto più sportiva e ammorba anche gli ospiti molto da vicino col suo fiato velenoso.
E corre. Madonna quanto corre! Di notte, fa balzi da canguro e agguati da coguaro. E ha le ossa dei bimbi, a metà fra liquido e solido, e rimbalza a più riprese, prima di planare sul letto a godersi il sonno dei giusti.
A volte la immagino a casa sola soletta a dormire sul divano e le vorrei prendere un fratello, ma poi mi torna in mente che la tipa del rifugio mi ha raccontato che quando lei l'ha tenuta per un po', Doretta ha assalito i gatti di casa e ha quasi scotennato un cucciolo. Forse il canino l'ha perso così.

mercoledì 2 gennaio 2008

E' solo schiuma

Un “No-Brainer” una cosa così evidente che non serve nemmeno avere il cervello per accorgersene. Tipo: se porti lo Champagne a Natale fai un figurone e tutti son contenti. Giusto, se al tavolo ci sono quelli che cambiano il vino ad ogni portata, disquisiscono di perlage e pasteggiano a capesante. Vero Di Martinos Clan????
Sbagliato, se parliamo d’altro. Però non renderei onore ai miei gentili ospiti di Natale se mi limitassi alla loro reazione alle bollicine. Sono stata accolta ancora una volta (com’è accaduto spesso durante questi miei anni americani) da mezzi sconosciuti che mi hanno onorata della loro compagnia, che hanno diviso con me il loro tempo e le loro cene alle 5 di sera. Come in una parabola del Vangelo, o come nella pubblicità della carta di credito: Bottiglia di Champgane: $65, cena di Natale: priceless.

Ero molto in ambasce per non poter essere coi miei cari quest’anno, ma il 24 mi son svegliata con l’attitudine positiva al punto di cucinare i peperoni alle acciughe, farmi pittare le unghie di rosso e partire all’estenuante (quanto infruttuosa) ricerca del Berlucchi. Il mio è un quartiere di “vorrei essere Soprano” e di Italiano si trova solo Asti Spumante e qualche vino frizzante dal nome oscuro quindi al decimo tentativo ho capitolato e ho scelto lo Champagne.
Ho fatto la mia porca figura alla Cena della Vigilia, con quegli alcolisti dei Di Martino, ma ho clamorosamente toppato alla cena di Natale. Lì appena ho allungato la bottiglia alla padrona di casa, col mio nonchalant savoir-faire europeo, lei ha fatto gli occhi grandi grandi e ha domandato “Ah bello, cos’è?”. Ho sentito un gran caldo alla pancia e ho capito che dovevo darmi da fare per farmi apprezzare, perchè l’etichetta dorata non avrebbe fatto il lavoro per me. Abbiamo spiluccato gli aperitivi annaffiandoli di te freddo e al momento di andare a tavola si è trattato di scegliere fra succo di mela e ginger ale. Forse qualcuno degli invitati era degli alcolisti anonimi. Per gentilezza verso di me coi dolci è stata stappata la bottiglia ma l’unico commento è stato “E' andato a male: la schiuma se ne va in tre secondi! E puzza”. Hanno di certo pensato che gli Europei non solo mangiano le lumache e le rane, ma pure imbottigliano sciacquatura di piedi. Io me ne sono asciugata due bicchieri da sola, ma il terzo non ho osato mescerlo e al momento di andare via ho dato un ultimo sguardo alla bottiglia e ai bicchieri pieni sulla tavola e ho avuto un’epifania: pasteggiare a ginger ale è una barbarie, una tortura (fisica e psicologica) per cui Amnesty International dovrebbe darsi più da fare.